La decomposizione come maestra: cosa ci insegna il dolore quando non lo allontaniamo
Una riflessione ecosomatica sul peso che portiamo, su come viene spesso alleggerito troppo presto, e sul perché alcune esperienze chiedono solo presenza e tempo. Un testo scritto in Natura, dove i cicli del corpo e quelli della Terra si incontrano.
Adriana Sequeira
12/11/20253 min leggere


Era una delle tante volte in cui andavo a trovare la mia mamma. La mia mamma ha un corpo diverso da quello che ci si immagina quando dico “la mia mamma”: è rotonda, viva, inesauribile nelle sue potenzialità. È fatta di mille forme, mille ritmi e mille biodiversità. Oggi, mentre percorrevo la strada per raggiungerla in un altro dei suoi luoghi, mi sono chiesta che cosa le stessi portando. Mi sono fermata, mi sono seduta su una panchina fatta di sassi, ho osservato il paesaggio del lago, ho ascoltato i corvi e semplicemente ho guardato. Volevo andare a salutare il vecchio faggio, ma qualcosa mi ha trattenuta lì. Ho aperto il taccuino e la penna, e ho cominciato a scrivere.
Oggi arrivo a mani vuote e con il petto stretto. Non vengo a chiedere guarigione, né a chiederti di togliere il mio dolore o di trasformarlo. Non vengo nemmeno a prendermi il tuo, con le mille soluzioni che invento ogni volta che mi parli della tua sofferenza, come se trovare risposte fosse l’unico modo possibile di stare insieme a ciò che fa male. Vengo a sedermi con te con questa pietra sul petto, e quello che desidero davvero è un testimone: qualcuno che mi guardi e sappia riconoscere che sono qui, accanto a te, e che porto un dolore nel petto. Non voglio che questo dolore sia rimosso, né che diventi tuo. Voglio semplicemente che tu mi faccia compagnia mentre lo porto, mentre gli do spazio, margini, forme e consistenza, sapendo che non durerà per sempre e confidando nella mia capacità di sostenermi e di sostenere anche questo peso così presente.
Non sono venuta a chiedere salvezza, sono venuta a chiedere testimonianza. Qualcuno che possa assistere a ciò che pesa dentro di me e che, nonostante questo, sappia restare. Qualcuno che magari mi prepari una tisana o mi abbracci, senza sentirsi obbligato a risolvere. Qualcuno che sappia che non tutto ha una risposta, che a volte le cose fanno male, sono crude, feriscono, e che proprio per questo è necessario sentirle fino in fondo, perché si elabora solo ciò che si sente.
Sono cresciuta senza che nessuno potesse davvero testimoniare ciò che pesava dentro di me. Ogni volta che provavo qualcosa di intenso, cercavano di togliermi quel dolore, come se fosse troppo grande o troppo pesante per la mia struttura. E dentro di me pensavo sempre: “ma è mio”. Si dice che i nostri dolori siano proporzionati alle nostre strutture. Forse è vero, forse no. Forse mi sono aggrappata a questa frase come a una forma di salvezza per attraversare tempeste più grandi di me, con strumenti di navigazione troppo limitati. Ma la verità è che il peso è mio, e ogni volta che qualcuno cerca di alleggerirmelo a tutti i costi, mi sento più debole, più vuota.
È un po’ come quando si tagliano i prati e si portano via le foglie e i fiori tagliati, o come quando si raccolgono le foglie cadute dagli alberi e le si allontana. Quelle foglie e fiori però contengono informazioni preziose per i tempi che verranno, quando si trasformeranno di nuovo in terra. La decomposizione è un processo fondamentale, e non capisco perché vogliamo evitarla, perché desideriamo solo fiori e frutti ignorando tutto ciò che sta nel mezzo, tutto ciò che nutre davvero.
Così oggi mi siedo accanto a te e ti chiedo solo compagnia. È tutto ciò di cui ho bisogno per riuscire a decomporre il peso che porto. So che forse una sola volta non basterà, ma non ho fretta. Pochi giorni fa sono arrivati i pettirossi e l’inverno non è ancora cominciato. Accendi il fuoco, scalda l’acqua e preparami una tisana. Raccontami storie di decomposizione. Prepara anche le tazze per i nostri dolori, perché anche loro hanno diritto a un posto a tavola, mentre io preparo i gomitoli di lana per finire la coperta rimasta in sospeso dall’inverno scorso.
